.CRITICA.

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DOTT. PAOLA SIMONA TESIO

Giornalista - Critico d'arte

 

 

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PDF  ArtrtA - Marzo 2016

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L'ANIMA NELLA FOTOGRAFIA DI SALVATORE MORGANTE

 

 

L’impressione e le emozioni generano sublime materia nell’arte di Salvatore Morgante e “l’inafferrabile traccia” si trasforma, grazie alla sua abilità e al suo puro sentimento, in pulsante e viva autenticità. Il riguardante rimane catturato nelle trame coloristiche delle tele, che emanano pathos, e si sofferma ad ascoltare quella musica che emerge dalle stratificazioni di pensiero. Esteta spontaneo, amante della vulcanica materia, sapiente miscelatore di forme, di luce ed ombra, di ricordo e d’oblio, traduce l’impalpabile dell’anima e lo getta sulla tela vivificandolo di terra e contrasti: incertezza e sicurezza, profondità ed elevazione, razionalità ed estro, quiete e movimento. Le sue ardite compenetrazioni materiche, fulgide folgorazioni, illuminano la mente, sondando le anse dell’inconscio e contemporaneamente si lasciano investigare dal vissuto emotivo del riguardante, che ripercorre quei “tragitti dell’anima” come in un cammino esistenziale, disperdendosi in quel sedimentare fluttuante, nel vitale impeto inesauribile ed eterno di quei cromatismi emotivamente vibranti.

 

Attrazioni e respingimenti, pulsioni e bisogni, tensione e quiete, esplosioni e implosioni, ordine e caos: poli opposti che si rincorrono e si confondono, si fondono e generano;  infine si distaccano in indipendenze estetiche.

 

La condizione umana è narrata attraverso struggenti emozioni: una pittura carica di attese, speranze, sogni ma anche soprattutto intrisa del vissuto che è sempre un divenire, un tendere verso l’oltre.

 

Vastità di universi sconosciuti da cui pullulano impetuose linee, spumeggi armonici, compenetrazioni, convergenze simboliche. Pittura-scultura che nasce come vita alla stregua del generarsi dell’universo, arcano, vasto, abitato da pianeti e galassie e da cui in modo apparentemente casuale si è rivelata la genesi dell’uomo. Un’espansione infinita, una deflagrazione primordiale, simile al concetto del Big Bang caratterizza l’“astrattismo materico-emotivo” di Salvatore Morgante che è altresì un universo aperto in cui la densità di materia compensa esattamente la velocità di espansione dei suoi tratti, incisivi, gettati sul supporto, segreti ed apparentemente casuali, ma simili alla genesi dell’uomo.

 

È un vibrare di corte tese e sottese, che avviene nell’incontro di sguardi tra l’opera e chi osserva. Non vi è una razionalità che si interroga nell’esperire quell’immaginifico e veritiero strutturarsi magmatico, ma è l’inconscio, che senza alcuna mediazione ulteriore, palpita a quella visione, reagisce, suggerisce. L’empatia è la reazione immediata primaria che non ha bisogno di tortuose traduzioni. Ognuno seguendo quei mutamenti, quelle sinuose modulazioni, reinterpreta l’accadere della materia che si dipana in continue metamorfosi. Un quadro mai statico bensì in continuo divenire, un’illimitata suggestione di modulazioni emotive, che si tramanda e si arricchisce ulteriormente dall’incontro di sguardi.

 

Altrettanto sublimi sono le parole con l’artista stesso suggella l’intenso legame con la propria arte:

«Sentivo l’impulso di creare per dar vita ai sentimenti. La mia arte è fatta di momenti, sensazioni, emozioni; stati d’animo che riverso sulla tela attraverso il colore, la materia, il gesto. Un impulso irrefrenabile mi costringe a creare, la mia vita e la mia arte sono oggi un tutt’uno. Ogni cosa è motivo d’ispirazione: una frase, un pensiero, un suono, un profumo, un colore. I luoghi, il tempo e lo spazio influenzano le mie creazioni, ne diventano parte integrante. L’attimo creativo è un susseguirsi di cogitazione ed istinto. Migliaia d’istanti diversi, stimoli discordi, immediatezza, ricordi, impressioni e colori in sintonia mi permettono di mostrare ciò che mi dà vita da dentro. Talvolta è un grido, altre volte un sospiro, altre ancora contemplazione. Ma è pur sempre vita. Vorrei che la mia arte parlasse semplicemente ai cuori, alle menti ma soprattutto all’anima. Per me l’anima vive nell’opera d’arte, nei solchi che lascio nella anse della materia».

 

I significati sono sempre molteplici nelle opere di Salvatore Morgante. In “Esplosione di piacere” l’istintiva visione/percezione delinea alla nostra mente l’esplosione un vulcano la cui lava sgorga impetuosa tra scintillanti lapilli. Ma quell’intimo fuoco rappresenta altresì l’emozione più audace ed intensa dell’atto d’amore che si compie nel coito fra l’uomo e la donna. Si esperisce tale figurazione solo se si osserva il bianco non come muto sfondo bensì quali forme sinuose delle verginali gambe femmine. Vi si può cogliere una reminiscenza dell’opera “L’origine du monde” di Gustave Courbet.

 

Pulsioni ed attrazioni si colgono altresì in opere come “Attrazione distratta” che evidenzia come questa “emozione tra due poli” possa instaurarsi talvolta anche se il feeling non sia percepito contemporaneamente. In “Attrazione concentrica” assistiamo invece ad una generazione globale di emozioni che coinvolge più soggetti che ruotano intorno al medesimo ardore.

 

In “Oltre l’anima” il calmo suadente cromatismo blu, che riporta alla vastità dell’acqua, primario elemento per la formazione della vita, conduce alle complessità dell’anĭmus, soffio, vento, essenza vitale umana, presenza immateriale, solcata da getti di colore bianco e nero, quasi a sottenderne gli elementi positivi e negativi che la caratterizzano.

 

Come un’armonica danza fluttuante tra due entità che si equilibrano è l’opera “Il miracolo della vita”. Per l’autore le ampie pennellate rappresentano “l’estatico amniotico” ovvero quella sensazione ovattata di attesa e sospensione che il feto percepisce nel grembo materno vivendo di quell’abbraccio protettivo carico di speranza. Il rosso della vita che si forma è tutto proteso in divenire, e sarà indipendenza rispetto alla madre ma anche legame indissolubile, che come reminiscenza, rimane nell’inconscio ricordo di quel profondo ed arcano senso di quiete.

 

Struggente l’opera “Non mi avrete”: nella realizzazione continuano ad emergere volti umani che l’artista tenta di confondere tra le trame del colore. Rigira la tela, la ridipinge strato su strato e nonostante tutto le figurazioni umane riemergono. Una struttura architettonica pare proteggere quel cammino dove le sagome si amalgamano le une vicine alle altre.

 

Carichi di pathos i ritratti di Morgante, che si distinguono per unicità e presenza: le metamorfosi dei tratti si fanno incisive ad evidenziare la valenza espressiva dell’anima. Il monocromo “Il Pensatore. Cogito, Dubito, Sum” è fortemente penetrante, è l’occhio che scruta l’altro occhio, in colui che guarda si riflette come in uno specchio colui che è guardato. Inoltre nel titolo vi è un esplicito riferimento a Descartes, sostituendo però alla certezza razionale, la capacità di dubitare: il mettersi in discussione che consente all’uomo di conservare la virtù dell’umiltà e della conoscenza dei propri limiti.

 

“Marco Eugenio Di Giandomenico” è invece dedicato ad una persona reale. Rappresenta al contempo la condizione umana dettata dallo scorrere del tempo. Il quadro emana il vissuto trascorso che rivive nel farsi dell’attuale: il soffio vitale della giovinezza rielaborata attraverso la chiave dell'esperienza. Nelle stratificazioni del colore vi è intessuta la materia pulsante che esiste di presente e vivifica la memoria. Noi siamo quelli che eravamo, ed ogni giorno che trascorre non ci muta del tutto ma aggiunge in noi maggior consapevolezza.

 

“Nippy”, dedicata a Whitney Houston, è carica di testimonianze interiori. L’artista incontrò la cantante e condivise con lei alcuni momenti di dialogo, in occasione di un concerto. Poté percepirne la sensibilità, che emergeva dal limpido sguardo intensamente illuminato. La voce melodiosa di Whitney, che aveva accompagnato i momenti di vita di un’intera generazione, per Salvatore Morgante rappresentava la speranza che si eleva dalla fragilità dell’esistenza e il riscatto dai momenti più oscuri. I colori del dipinto sono quelli preferiti da Nippy, l’incisività dei tratti incarnano tensioni e sofferenze superate, lo sguardo, volutamente marcato ed idealizzato, è nostalgicamente lucente. L’immagine a cui si ispirato è tratta da un frame del video di “Miracle”, in cui si intessono interrogativi esistenziali legati al tema dell’aborto: «Come potrei buttar via un miracolo?». In un più ampio senso metaforico il miracolo della vita è qualcosa che appartiene a tutti noi, quel dono che talvolta viene smarrito o offuscato. Il miracolo dell’esistenza è presente in ogni pulsante ansa di materia e di colore della pittura di Morgante.

 

Nelle serie “Fleurs” masse coloristico-espressive descrivono la flora: un  personale inno alla Natura che diviene altresì avvincente “gettatezza” della condizione ontologica umana e del sapere della sua caducità in costante tensione tra fragilità e possibilità, che si delinea in evolute conformazioni.

 

Se con  l’informale gli artisti tentarono di reagire ai  drammi del loro tempo, rendendosi conto che l’immagine figurativa non poteva più essere adatta a fornire risposte soddisfacenti, poiché lacerazioni profonde e inumane  non consentivano più attraverso essa di esprimere pienamente il sentire interiore ed occorreva pertanto scrutare nelle pieghe dell’ inconscio traducendo quei magmi con incisivi segni, al contrario nell’ “astrattismo materico-emotivo”  di Salvatore Morgante si assiste ad uno sgorgare di pure emozioni sempre volte ad una positività in contino divenire.  La pittura è una sorta di purificazione dell’anima e pertanto deve essere libera da ogni oscurante dolore. Nel vigore intenso delle sue  pennellate c'è quell'emozione infinita carica di protezione ed aspettativa, gravida di futuro: ciò non significa che egli non sappia cogliere le difficoltà del cammino esistenziale o del proprio tempo, ma queste devono essere un impulso all’azione, al superamento di ogni condizione negativa e di qualsiasi inerzia e l’Arte, sublime, aulica, accogliente come il grembo della vita,  ne deve rimanere incontaminata.

 

Così come egli traduce l’impalpabile dell’anima e lo getta sulla tela che si vivifica di contrasti, di incertezza e sicurezza, profondità ed elevazione, razionalità ed estro, quiete e movimento, con la medesima ricerca emotiva nella fotografia carpisce l’esistenza, le mutevoli condizioni dell’umano, rendendole immagini d’eterno. I suoi scatti trattengono il “per sempre” del farsi della vita, nel tumulto delle contingenze che virano dalla tristezza alla gioia, dalla completezza alla desolazione, dimorando nei  contrasti dell’immagine così intensa e così vera.

 

Il ciclo di opere dedicate al tema della migrazione rappresenta un itinerario alla scoperta dei volti umani. La fotografia diventa quindi la risultante di un intenso sguardo intessuto di incontro e dialogo. Lo strumento fotografico non è più un mero attrezzo meccanico ma prolungamento dell’occhio, mezzo d’elezione per raggiungere le vibrazioni dell’anima. Platone nell’Alcibiade I ci insegna, attraverso la voce di Socrate, la via per conoscere l’altro attraverso uno scambio di sguardi e di rifrazioni reciproche: «Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla, perché è quasi un’immagine di colui che la guarda?». Il guardarsi e l’essere guardati, horôn horônta,è un rapporto di reciprocità con chi ci sta di fronte. Noi siamo memoria e ricordo, presente ed esistente, esseri “gettati” in un mondo da cui è possibile riscattarsi, ma siamo anche e soprattutto abitati dagli altri.

 

Come sottolinea Salvatore Morgante:«Questo lavoro ci accompagna alla ricerca di  volti e storie apparentemente lontane dalla nostra cultura. Storie lontane ma vicine perché accadute a uomini e donne come noi che lottano ogni giorno per vivere, e che per sopravvivere hanno dovuto affrontare un lungo viaggio. Per molti, purtroppo, l’ultimo».

 

La vicinanza, la prossimità, la presenza dell’altro in noi e come un noi sono sentimenti che emergono vividi da ognuno di questi ritratti. Incontriamo Adama che ha ritrovato la gioia di vivere,  Omar che vuole combattere la guerra con un sorriso, Asan che vorrebbe conoscere la Libertà, George che prega per la Pace, Sofia a cui nessuno più impedirà di diventare un giorno mamma,   Aihmed che ringrazia la madre per l’esistenza che gli ha donato,  Awali che fugge perché lo hanno perseguitato per il suo pensiero libero, Jamila che seppur ancora triste ha nel cuore la Speranza, Mustapha che era condannato a morte, Filimon che ha disertato la guerra  perché amava la vita.  Ci sono  John e Miriam che nonostante tutto sono riusciti a costruirsi una famiglia coltivando il lume della felicità; vengono ritratti in uno struggente e limpido abbraccio mentre osservano amorevolmente il simbolo che rappresenta il frutto del loro amore: la piccola Fabiola, nata in Italia. Questa immagine pare rievocare i versi della poesia di Guido Gozzano “La notte Santa”: «Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell'osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei. Il campanile scocca lentamente le sei.- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio? - Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe.[…] Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell'alta e bassa gente. Il campanile scocca le undici lentamente». Anche Giuseppe e Maria erano migranti, stremati dal lungo viaggio bussavano alle porte che nessuno apriva loro e trovavano rifugio in una spoglia capanna in cui veniva alla luce Gesù. In questo straordinario scatto di Salvatore Morgante ritroviamo delle assonanze con il faticoso cammino, con il travaglio di Maria, con una piccola vita che nasce malgrado gli stenti, quasi a sottolineare l’importanza dei valori della libertà e della speranza. La storia degli altri, in fondo, è la nostra stessa storia.

 

Biografia

 

Salvatore Morgante, nasce ad Agrigento il 5 aprile del 1976. La sua arte, come la brezza primaverile che ne segna la nascita, è un fiorire di emozioni. Un talento intangibilmente emerso nel panorama dell’arte contemporanea. Le radici della sua ricerca derivano dalla carriera di grafico ed art director che gli ha consentito di tenere sempre vivo quel suo sguardo curioso ed amorevole verso le cose del mondo. Dal suo esordio ha partecipato a numerose esposizioni di rilievo, aggiudicandosi il terzo premio della prima edizione “Terra Furoris”. Interessante la performance “Uno/cento” in cui ha realizzato una grande tela scomposta in cento micro frammenti donati a persone che vivono in varie parti del mondo, persino a New York; un’opera che suggella il concetto dell’individualità e della molteplicità. È tra gli artisti del “metadimensionismo”: le tre dimensioni dello spazio (lunghezza, larghezza e profondità) e quella del tempo vengono suffragate da una quinta dimensione, interiore, delle emozioni. La sua “arte dell’anima” esplode quasi inaspettatamente poiché viene coinvolto in numerosi eventi che costituiscono il riscontro più concreto alle “interrogazioni del cuore”. Le emozioni che getta sulla tela hanno trovato risposta e consenso nel pubblico e nella critica.

 

Recentemente ha partecipato alla XI Biennale di Roma,  in Cina è stato ospite della galleria Vittoria in “The West Lake Art Fair” ed  a Dubai  dell’associazione “Ars Docet”. È  stato invitato a prendere parte ad  altri progetti a Parigi e a Dallas. Tra i critici che hanno scritto di lui  spicca la firma del professor Nuccio Mula, docente presso l’Accademia di Belle Arti “Michelangelo” di Agrigento e membro dell’Associazione Internazionale di Critici d’Arte;  che ha scoperto l’artista e ne ha descritto per primo la sua arte: «Incombenze arcane di evocazioni naturalistiche o antropomorfiche; scenari abbacinanti od ottenebranti; compresenze di supersegni dell’ “ex-cavare” fra i mille dedali ed antri dell’Io; moltiplicazioni ed elevazioni a potenza del percepire in simultaneità di equilibri sinfonici; eruzioni di stratigrafie dirompenti all’unisono per deflagrazioni di cromatismi sfavillanti; seduzioni e sortilegi di paesaggi iperumani in momentanee pause di compostezza prima d’ogni erompere materico per ancora nuove e diverse coesioni aggreganti e disperdenti; enigmi e vaticini di supersegni; totem di sortilegi e di invocazioni; conflitti galattici tra fulgori abbacinanti ed inopinate penombre; oasi di serenità in solenne, silente attesa d’ogni sentenza del Fato; tsunami di sussulti e tempeste; planetari aurei a riunire linguaggi di lampi e meteore su pentagrammi di tormenti e di estasi: ciò e tanto, molto altro nella produzione, fra ieri ed oggi, di Salvatore Morgante (assolutamente autodidatta ma meritoriamente Maestro); e tutto questo in assoluta congenialità di messaggi e propositi, e solo in apparente, sussidiaria diversificazione di tecniche, stili, camminamenti e sbocchi creativi, anche a dimostrarci che, se ciò vuol dire “eclettismo”, bene ha fatto l’Artista, finora, a non “trascegliere” solo per la gioia dei profani». La professoressa Luisa Trenta Musso invece ha focalizzato la sua sentita  indagine critica sull’ autenticità espressiva: «Una prodigiosa produzione artistica, la cui “officina segreta” non va violata con una metodologia analitica, bensì vissuta e sofferta insieme all’artista. Va ascoltata. Perché è una mirabile interlocuzione dal fascino irresistibile. Magnetico. Impossibile passarle dinanzi senza esserne captati. Travolti dall’affascinante  spettacolo della forma in fieri; dal sublime utopico di un mondo perfettibile; dalla stupefacente simbologia antinomica che affiata la luce al buio, il nero al bianco, l’alto al basso, nella grandiosa infinita storia della creazione».

 

Artista indubbiamente eclettico, ha realizzato il calendario “Un anno buono per tutti”, legato al tema dell’immigrazione, riuscendo a descrivere con la medesima poetica che caratterizza il suo farsi estetico la realtà, il dramma, la vita, ma anche la felicità di un sorriso nonostante l’apparente tristezza. Immagini confluite nella mostra “Saved Life” (Castello di Chiaramonte, Favara) accompagnate dalle parole delle persone ritratte che raccontavano i loro sogni, le loro speranze, i momenti oscuri vissuti. In progetto vi è l’idea di realizzare un libro con i medesimi scatti del calendario attraverso la collaborazione di altri attori che ne cureranno il testo. In Morgante l’anima vive anche nella fotografia.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dott. Paola Simona Tesio

Giornalista - Critico d'arte